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L'ESTETICA NON PERDA DI VISTA LA PERSONA

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Odontoiatra



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Accanto all'intervento di Cappelletti sulle fobie, è stata proprio la relazione del docente pavese a trac­ciare un quadro dei cambia­menti nelle richieste di in­terventi, in considerazione dell'estetica, e nelle valen­ze sociali di tali richieste, che incidono sempre di più nel rapporto tra paziente e odontoiatra.

Dopo una rapi­da premessa sulla valenza sociale della dentatura, di­versamente vissuta nelle varie culture, letteratura mondiale alla mano (sulle tecniche protesiche e non solo), Bosco ha sottolineato come sia compito dell'o­dontoiatra perseguire un'e­stetica verosimile in un contesto contrastato. Infat­ti, mentre il piano di tratta­mento gnatologico-protesi- co professionale è in par­tenza orientato a restauri o ricostruzioni duraturi e ar­monici, economicamente proporzionati al benefìcio ri­chiesto ma di base sosteni­bili, i pazienti chiedono riabi­litazioni protesiche sempre più celeri indipendentemen­te dalla complessità e dai costi contenuti: richieste che coinvolgono team inter­disciplinari e in particolare le qualità dell'odontotecni­co. Ma, subito dopo, Bosco si chiede se non occorra spiegare qualcosa al pazien­te che spinge per un viso perfetto, per un sorriso televisivo. «La riabilitazione professionale del sorriso - dice - dovrebbe ritrovare il senso di unicità di ogni indi­viduo e non conformarsi a modelli imposti dalla moda o dall'onda del momento. Da una parte, il sorriso non è solo un mezzo di comuni­cazione dei sentimenti o delle emozioni, ma l'aspet­to dentale incide sull'auto- stima della persona e in­fluenza il giudizio che i no­stri interlocutori emettono sulle nostre capacità intel­lettive, sulla nostra compe­tenza sociale e adattabilità psicologica, ossia è un vero e proprio mezzo di proiezio­ne psicosociale. Dall'altra, siamo in un'epoca in cui vanno di moda sorrisi hol­lywoodiani standardizzati, sorrisi artificiali con denti al massimo del candore. Dob­biamo interrogarci se ciò che cerchiamo nella società è il consenso a un sorriso falso o, più sinceramente, se abbiamo bisogno di inte­grarci, di star bene con gli altri. A mio avviso, ci sono due componenti che an­nunciano la veridicità o spontaneità di un sorriso: il primo è l'individualizzazione

fisiognomica, quella perso­na è contraddistinta da quel sorriso: il secondo è la ge­nuinità del sentimento: quando si prova vera gioia, per esempio, si contrae un muscolo all'angolo degli oc­chi producendo il "sorriso di Duchenne" o sorriso spontaneo, cosa che non avviene nel cosiddetto sor­riso " panamericano" o sorri­so forzato, così chiamato dalle hostess e dagli stewart della compagnia Pan-Am, famosi per "stira­re" le mascelle per cortesia di fronte ai viaggiatori. Sulle dinamiche della mimica fac­ciale occorre fare la massi­ma attenzione, perché i denti bianchi sono solo una parte dell'attrattività di una persona».

«Penso che l'odontoia­tra - conclude Bosco - do­vrebbe anche distinguere (e insegnare al paziente a di­stinguere) tra reale neces­sità e desiderio di una tera­pia. La richiesta sempre più frequente di sorrisi artificiali ultrabianchi attengono so­vente più al desiderio che alla reale necessità, con il ri­schio di trasformare la no­stra professione da biome- dico-scientifica a tecnico­commerciale, togliendo priorità ai sorrisi davvero "malati" o bisognosi di cu­re e inquinando i sani princi­pi deontologici».