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L'ESTETICA DEL SORRISO

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Odontoiatra



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L'odontoiatra, oggi, non deve occuparsi solo del lato tecnico della dentatura, ma anche dell'estetica del sorriso. E il dentista si può considerare come il "medico del sorriso" con tutti i risvolti sociali che questo comporta.

E tra obbligo di sorriso e paura del dentista, dopo il meeting del New York University College di Venezia e il congresso degli Amici di Brugg a Rimini, più recentemente ad Alessandria si è snodato un seminario one-day.
E‘ stato un incontro dagli esiti inattesi: all'Hotel Diamante erano attesi per un confronto medici di famiglia, specialisti, psicologi e dentisti. Si prospettava una riunione come tante e invece il meeting ha richiamato più di duecento partecipanti, un'affluenza sorprendente per una location in provincia e per un'iniziativa organizzata da un'associazione piccola, la Beldent, ancorché supportata da ordine e sindacati.

Il titolo originario era "I quattro lati del viso": la relazione dello psicologo trattava sulle questioni legate alla paura del dentista; quella del protesista i risvolti psicologici di dentature difettose e i miglioramenti che possono concretamente risolvere disagi sociali; il chirurgo spiegava i punti comuni fra odontoiatria ed estetica del viso; il parodontologo descriveva come minimizzare l'entità degli interventi.
E, accanto agli odontoiatri, sono arrivati anche medici di famiglia e di ogni branca specialistica.

«L'odontoiatria - spiega Marco Bellanda, presidente di Beldent oggi è una disciplina che coniuga efficienza e possibilità, e le sue frontiere sono aperte alla collaborazione con tutte le discipline mediche. Il nostro intento era analizzare come cambia la prestazione odontoiatrica con il mutare e il crescere del rilievo sociale del sorriso, tanto di chi soffre di patologie odontoiatriche, quanto di chi invecchia; tanto di chi ha bisogno di restauri quanto di chi chiede interventi estetici.

Al progetto hanno collaborato l'Associazione nazionale dentisti italiani e il sindacato principale dei medici di famiglia, la Fimmg, con la sua società scientifica Simg e abbiamo potuto contare ovviamente anche sull'appoggio dell'ordine provinciale dei medici e degli odontoiatri. Eppure tutto questo riscontro di pubblico non ce lo aspettavamo».



La trasformazione della professione.


Il motivo del successo è presto detto: da "cavadenti" che intimorisce il paziente, il dentista si sta trasformando progressivamente in salvatore del sorriso, ovvero scialuppa di salvataggio sociale, anche se il nodo dei costi resta un problema. E il problema economico fa capolino sullo sfondo, in questa "euroatlantica" società del sorriso.
Sara Cappelletti, psicologia con orientamento cognitivo-comportamentale, ha illustrato le fobie legate al viso più che ad altri distretti del corpo umano. Esiste anche la paura di vedersi in-invecchiare e di andare incontro a difetti di masticazione, non risolvibile in setting medici, e fa da contraltare, in particolare, anche alla "paura del dentista". «il volto - spiega Cappelletti - è la regione del corpo più importante dal punto di vista espressivo e comunicativo. E' il canale privilegiato per la manifestazione delle emozioni, di determinati processi di pensiero, degli atteggiamenti interpersonali. C'è una stretta connessione tra emozione ed espressione. Ad ogni emozione corrisponde uno specifico quadro espressivo mimico-motorio». Cappelletti ha proposto non soltanto la descrizione ma anche la possibile soluzione della fobia in questione, con alcune particolari tecniche: desensibilizzazione, esposizione in vivo, ristrutturazione cognitiva.

E' estremamente interessante come la paura di "perdere il controllo", che porta un individuo a disertare il dentista, sia tutto sommato una paura sociale al pari di quella di "mostrare brutti denti" e che le due fobie tendano a contrastarsi in questo particolare momento storico. Da parte sua, Mario Bosco, docente di protesi al corso di laurea in odontoiatria dell’Università di Pavia, ha parlato della modulazione estetico-funzionale del sorriso in protesi e gnatologia, mentre l'odontotecnico Gianni Bonadeo si è soffermato su alcuni brillanti casi clinici risolti con tecniche frutto della pluriennale collaborazione con il corso dell'ateneo pavese diretto dallo stesso Bosco.

L'estetica non perda di vista la persona.

Accanto all'intervento di Cappelletti sulle fobie, è stata proprio la relazione del docente pavese a tracciare un quadro dei cambiamenti nelle richieste di interventi, in considerazione dell'estetica, e nelle valenze sociali di tali richieste, che incidono sempre di più nel rapporto tra paziente e odontoiatra.

Dopo una rapi¬da premessa sulla valenza sociale della dentatura, diversamente vissuta nelle varie culture, letteratura mondiale alla mano (sulle tecniche protesiche e non solo), Bosco ha sottolineato come sia compito dell'odontoiatra perseguire un'estetica verosimile in un contesto contrastato. Infatti, mentre il piano di trattamento gnatologico-protesi- coprofessionale è in partenza orientato a restauri o ricostruzioni duraturi e armonici, economicamente proporzionati al benefìcio richiesto ma di base sostenibili, i pazienti chiedono riabilitazioni protesiche sempre più celeri indipendentemente dalla complessità e dai costi contenuti: richieste che coinvolgono team inter¬disciplinari e in particolare le qualità dell'odontotecnico. Ma, subito dopo, Bosco si chiede se non occorra spiegare qualcosa al paziente che spinge per un viso perfetto, per un sorriso televisivo. «La riabilitazione professionale del sorriso - dice - dovrebbe ritrovare il senso di unicità di ogni individuo e non conformarsi a modelli imposti dalla moda o dall'onda del momento. Da una parte, il sorriso non è solo un mezzo di comunicazione dei sentimenti o delle emozioni, ma l'aspetto dentale incide sull'auto- stima della persona e influenza il giudizio che i nostri interlocutori emettono sulle nostre capacità intellettive, sulla nostra competenza sociale e adattabilità psicologica, ossia è un vero e proprio mezzo di proiezione psicosociale. Dall'altra, siamo in un'epoca in cui vanno di moda sorrisi hollywoodiani standardizzati, sorrisi artificiali con denti al massimo del candore. Dobbiamo interrogarci se ciò che cerchiamo nella società è il consenso a un sorriso falso o, più sinceramente, se abbiamo bisogno di integrarci, di star bene con gli altri.

A mio avviso, ci sono due componenti che annunciano la veridicità o spontaneità di un sorriso: il primo è l'individualizzazione fisiognomica, quella persona è contraddistinta da quel sorriso: il secondo è la genuinità del sentimento: quando si prova vera gioia, per esempio, si contrae un muscolo all'angolo degli oc¬chi producendo il "sorriso di Duchenne" o sorriso spontaneo, cosa che non avviene nel cosiddetto sorriso " panamericano" o sorriso forzato, così chiamato dalle hostess e dagli stewart della compagnia PanAm, famosi per "stirare" le mascelle per cortesia di fronte ai viaggiatori. Sulle dinamiche della mimica facciale occorre fare la massi¬ma attenzione, perché i denti bianchi sono solo una parte dell'attrattività di una persona».
«Penso che l'odontoiatra - conclude Bosco - dovrebbe anche distinguere (e insegnare al paziente a distinguere) tra reale necessità e desiderio di una terapia. La richiesta sempre più frequente di sorrisi artificiali ultra-bianchi attengono sovente più al desiderio che alla reale necessità, con il rischio di trasformare la nostra professione da biomedico-scientifica a tecnico-commerciale, togliendo priorità ai sorrisi davvero "malati" o bisognosi di cure e inquinando i sani principi deontologici».